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ComunicazioniPubblicato il 19 febbraio 2026

«Si tratta di alleviare le sofferenze e creare nuove prospettive»

L’aiuto umanitario deve ridefinire le proprie priorità: un contesto geopolitico caratterizzato da crisi e massicci tagli ai bilanci rendono il suo lavoro più difficile, per questo si discute di un riorientamento. Con Dominik Stillhart, delegato del Consiglio federale per l’Aiuto umanitario, abbiamo parlato dei cambiamenti in corso, delle sfide fondamentali e del futuro dell’aiuto umanitario.

La foto mostra Dominik Stillhart, delegato per l’Aiuto umanitario, mentre parla con il personale di un impianto di trattamento dell’acqua potabile durante la missione umanitaria della Svizzera in Sudan.

Le squadre dell’Aiuto umanitario della Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) vengono impiegate in tutto il mondo per fornire supporto alle persone in situazioni di crisi e di catastrofe. Il loro lavoro comprende la fornitura tempestiva di aiuti di emergenza, la ricostruzione di strutture distrutte e l’introduzione di misure per ridurre al minimo i rischi di future catastrofi.

Che cosa significa fornire aiuti di emergenza?

Dipende dalla situazione. Gli aiuti di emergenza sono spesso equiparati a cibo, acqua, un tetto sopra la testa e assistenza medica. Ma non è sempre così. Gli aiuti forniti possono anche consistere nella protezione delle donne dalla violenza sessuale quando percorrono una rotta migratoria. Oppure in un pasto caldo, come avviene adesso, per esempio, in Ucraina, dove le temperature scendono fino a -20 o -30 gradi sotto zero.

In ogni caso, e lo ripeto sempre, l’aiuto umanitario non si riduce all’aiuto di emergenza, cioè a salvare vite umane. Si tratta di alleviare le sofferenze e creare nuove prospettive.

Il fatto che di punto in bianco bambine e bambini non possano più andare a scuola è una catastrofe che li priva di importanti prospettive. Naturalmente, cibo e acqua sono essenziali. Ma se i più piccoli crescono in campi per anni senza ricevere alcuna istruzione, hanno poche possibilità di trovare lavoro o di partecipare in seguito alla vita sociale. E questo è uno dei fattori che impediscono di spezzare la spirale della violenza.

Quali sono i tre programmi più importanti della Svizzera nel campo dell’aiuto umanitario?

L’Ucraina, il Territorio palestinese occupato e il Sudan sono tra le principali aree di intervento umanitario della DSC. Portiamo però avanti programmi importanti anche in Afghanistan, in Siria e nella Repubblica Democratica del Congo.

Vista la catastrofica situazione umanitaria in Sudan, lo scorso novembre il Consiglio federale ha approvato un pacchetto di aiuti d’emergenza di 50 milioni di franchi. Come sono stati utilizzati questi fondi?

Questi fondi supplementari sono stati utilizzati per metà all’interno del Sudan e per metà per affrontare la crisi legata ai profughi nei Paesi vicini: Sudan del Sud, Ciad, Egitto e Repubblica Centrafricana.

L’International Cooperation Forum (IC Forum) di quest’anno è dedicato, tra le altre cose, alle sfide che l’aiuto umanitario deve affrontare a causa dei tagli di bilancio. In che modo gli attuali sviluppi geopolitici, con la crescente polarizzazione in corso e la riduzione dei fondi, influenzano il lavoro dell’aiuto umanitario?

L’impatto è significativo. A livello mondiale, i mezzi a disposizione dell’aiuto umanitario sono diminuiti di circa il 45 per cento dal 2022 a oggi. L’anno scorso, per esempio, solo 98 milioni di persone hanno potuto ricevere aiuti umanitari, ma erano 300 milioni quelle che ne avrebbero avuto bisogno. Inoltre, le crisi dovute a carestie si stanno aggravando. In Sudan, dove sono stato di recente, 21 milioni di persone sono vittime di insicurezza alimentare acuta.

C’è una situazione particolare in cui vi siete resi conto che i fondi stanno diventando sempre più scarsi e che anche le nostre organizzazioni partner sono sempre più in difficoltà?

All’inizio di febbraio del 2025, appena tre settimane dopo l’annuncio del blocco dei pagamenti da parte degli Stati Uniti, ho visitato nel Bangladesh orientale, al confine con il Myanmar, il campo profughi più grande del mondo, che ospita circa due milioni di Rohingya. L’impatto del taglio dei fondi è stato immediato. I centri di distribuzione del Programma alimentare mondiale e diverse scuole sono stati chiusi nell’arco di pochissimo tempo. C’era grande incertezza sul futuro prossimo e sulla possibilità delle organizzazioni umanitarie di rimanere in loco.

Come sta reagendo la Svizzera ai cambiamenti?

All’inizio dell’anno scorso, i nostri fondi di emergenza si sono esauriti rapidamente perché abbiamo fornito aiuti immediati nelle zone colpite dalle crisi più importanti. È stato quindi molto gradito il fatto che il Parlamento, vista la grave situazione nel Paese, abbia approvato lo stanziamento di mezzi supplementari per il Sudan. Il credito aggiuntivo di oltre 50 milioni di franchi ha fatto davvero la differenza: ci ha permesso di fornire assistenza alla popolazione colpita in molti campi e in modo rapido e semplice. Quando mi sono recato in Sudan ho percepito un grande senso di gratitudine.

L’immagine mostra Dominik Stillhart mentre parla con alcune donne in un campo per sfollati interni.

«Alleviare le sofferenze e creare nuove prospettive»: come si possono combinare questi due aspetti nel contesto dell’aiuto umanitario?

Alla DSC, non lavoriamo a compartimenti stagni – l’aiuto umanitario da un lato, la cooperazione allo sviluppo dall’altro. Pensiamo e operiamo in modo sistemico. In molti Paesi combiniamo gli aiuti umanitari con un lavoro di ricostruzione e sviluppo a lungo termine. L’Ucraina è un tipico esempio di come i diversi strumenti a nostra disposizione si intrecciano e vengono utilizzati in modo efficace.

Come si garantisce che i programmi vengano attuati come previsto?

Operiamo a stretto contatto con le nostre organizzazioni partner e in alcuni casi siamo anche rappresentati nei loro organi di governance. La cooperazione richiede il rispetto di determinati standard. La rete esterna, inoltre, svolge un ruolo importante nella selezione dei partner e nella strutturazione delle forme di collaborazione. Siamo presenti in molti dei Paesi in cui attuiamo i nostri programmi e vediamo come lavorano queste organizzazioni.

Qual è il ruolo della Svizzera come Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra in un periodo di crescente pressione sugli aiuti umanitari?

Alla Svizzera è riconosciuto il ruolo di sostenitrice del diritto internazionale umanitario. Proprio perché questo diritto è oggi sottoposto a forti pressioni, la sua funzione come Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra è particolarmente importante e il suo intervento è richiesto. Non si tratta solo di prendere posizione pubblicamente, ma anche di mettere l’accento, con coerenza, sul diritto internazionale nelle nostre relazioni diplomatiche. Solo il rispetto del diritto umanitario assicura la protezione efficace delle persone, permette di limitare la loro vulnerabilità e di ridurre in modo significativo i bisogni umanitari.

L’IC Forum 2026 si concentrerà sulle priorità umanitarie e su come debbano essere ridefinite in un contesto geopolitico in evoluzione. Quale impulso concreto spera di ottenere dall’incontro di quest’anno per il lavoro umanitario della Svizzera?

Grazie a un programma interessante e ai vari ospiti, spero che la discussione ci permetterà di uscire dal nostro recinto e di instaurare un dialogo con gli attori del Sud globale, del settore privato, del mondo della ricerca e della società civile per affrontare insieme anche aspetti controversi, valutare nuovi approcci e immaginare soluzioni efficaci.

International Cooperation Forum 2026

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